Aspettare


Un’attesa: i sei minuti inaspettati nel tunnel della metropolitana. La panca è sgombra e un topo si lancia da un’estremità all’altra della piattaforma. Mutismo di rotaie, annunci ed esseri umani. La cupola di St Paul era uno sperone abbagliante nella notte, ma ora Londra è questa serpentina di viscere. Aspettare un treno che, insolitamente, ci metterà sei minuti ad arrivare. Compare un corpo pelato, che sbuffa alla lettura del ritardo. Ripassa il topo, adesso con più con calma. Non sto facendo niente. Per un volta, non sto facendo assolutamente niente. Non sto scendendo scale mobili, saltando da un autobus all’altro o fendendo la folla. È inusuale. Tutto, a Londra, è sempre puntuale e incastrato con precisione. Tabelle e programmi. Controllo su tutta la materia che si muove, sui minuti e sulle coincidenze, sulle scarpe in fila lungo le piattaforme e gli orologi digitali delle stazioni. A Londra non si aspetta mai nulla. Tutto arriva quando ci si aspetta che debba arrivare. Ma stanotte l’ingranaggio si è inceppato di sei minuti e il percorso pianificato del londinese medio deve sottostare al tunnel nudo, al conto alla rovescia, al tacco che batte la sua impazienza contro la linea gialla. E lo vedo: il pelato è un morto che cammina, pure stanotte che potrebbe respirare l’aria elettrica della fermata di St Paul e soffermarsi sulla differenza tra cielo e soffitto, pure in questi sei minuti in cui potrebbe sedersi e notare il topo correre e me guardarlo. Ma resta un cadavere capace di stare in piedi, materia pallida nel movimento a incastri. Mi vedi? Sono quella immobile, che con una tristezza feroce ti pensa, e pensa a come scrivere di te e del tuo sollievo morboso davanti ai vaghi fari gialli del treno. No, non mi vedi. E così il prezzo dell’efficienza diventa l’assenza di tempi morti: essenziali, per ricordarsi di essere vivi.

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“nella vita di ognuno fa irruzione almeno una volta l’assoluto con le sue spietate pretese, apre i sensi a mirabili percezioni, segna le grandi svolte della storia personale e rende per sempre insopportabile la realtà di ogni giorno”

Sono pioggia raddrizzata


 

Piove grigio, oggi, e tra un’ora sarò dalla bambina, a fare ripetizioni: più altro, in realtà, le leggerò i libri di Roald Dahl e proverò a metterle in testa che Lady GaGa è una cretina (impresa non semplice). Mi pagano pure, per farlo. Novembre gocciola via con questo diluvio ostinato, domani si spalancherà dicembre, poco tempo a Natale, già le luci graffiano vetrine e cieli: però non mi sento ancora in atmosfera. È un periodo stranito, non strano. Sono felice, ma in un modo insolito: mi sento disorientata da presenze calde e assenze altrettanto palpabili, da un’università in standby, traslochi un po’ malinconici, amici annichiliti dal dolore che non so come aiutare, istinti di scrittura senza incalanature disciplinate, progetti abbozzati sul retro di depliant (che finisco sempre per buttare); disorientata dal bisogno di avere uno spazio elastico, un contenitore immenso, un’incertezza piena di respiro. Accendo incensi in una camera che presto non sarà più mia, e cerco d’immaginare la neve. Un anno fa ero a Cardiff, in un tumulto di vita e colore e incontri speciali: già un anno. E quanto è imploso, in quest’anno lunghissimo. Ora provo un amore nuovo, denso, che è lo stupore di fronte a un incontro inaspettato, che per una volta riesce a tenermi ferma, a placarmi, con tutta la dolcezza di cui è capace: come raddrizzare la pioggia; eppure è capitato. Intanto continua a piovere grigio, in questo schifo di pianura, ma per fortuna continuano anche a capitare i libri, i viaggi, il vino, i concerti. Capitano le giornate in spiaggia, a sbirciare com’è il mare d’autunno, capita un parquet nuovo da calpestare a piedi nudi, il parlare di Charlie Chaplin – al centro per i prelievi – con un’infermiera. Probabilmente, per avere un futuro in questa meravigliosa Italia, dovrò fare il parlamentare o il trans (una bella lotta), però, oggi pomeriggio, nonostante il tempaccio, mi verrebbe voglia di berci su un bicchiere di tequila e crogiolarmi nell’idea che, comunque vada, avrò un’ora per insultare Lady GaGa: sono soddisfazioni. E io sono pioggia raddrizzata.