Aspettare


Un’attesa: i sei minuti inaspettati nel tunnel della metropolitana. La panca è sgombra e un topo si lancia da un’estremità all’altra della piattaforma. Mutismo di rotaie, annunci ed esseri umani. La cupola di St Paul era uno sperone abbagliante nella notte, ma ora Londra è questa serpentina di viscere. Aspettare un treno che, insolitamente, ci metterà sei minuti ad arrivare. Compare un corpo pelato, che sbuffa alla lettura del ritardo. Ripassa il topo, adesso con più con calma. Non sto facendo niente. Per un volta, non sto facendo assolutamente niente. Non sto scendendo scale mobili, saltando da un autobus all’altro o fendendo la folla. È inusuale. Tutto, a Londra, è sempre puntuale e incastrato con precisione. Tabelle e programmi. Controllo su tutta la materia che si muove, sui minuti e sulle coincidenze, sulle scarpe in fila lungo le piattaforme e gli orologi digitali delle stazioni. A Londra non si aspetta mai nulla. Tutto arriva quando ci si aspetta che debba arrivare. Ma stanotte l’ingranaggio si è inceppato di sei minuti e il percorso pianificato del londinese medio deve sottostare al tunnel nudo, al conto alla rovescia, al tacco che batte la sua impazienza contro la linea gialla. E lo vedo: il pelato è un morto che cammina, pure stanotte che potrebbe respirare l’aria elettrica della fermata di St Paul e soffermarsi sulla differenza tra cielo e soffitto, pure in questi sei minuti in cui potrebbe sedersi e notare il topo correre e me guardarlo. Ma resta un cadavere capace di stare in piedi, materia pallida nel movimento a incastri. Mi vedi? Sono quella immobile, che con una tristezza feroce ti pensa, e pensa a come scrivere di te e del tuo sollievo morboso davanti ai vaghi fari gialli del treno. No, non mi vedi. E così il prezzo dell’efficienza diventa l’assenza di tempi morti: essenziali, per ricordarsi di essere vivi.

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Comproprietari dell’utopia


“Alla fine gli uomini rientrano dal lavoro. Questa è la loro ora; e la partita deve finire. Sì, perché la giornata trascorsa a trattare la vendita di quell’immobile con una ricca vedova dal cervello di gallina non ha giovato ai nervi del signor Strunk, e l’umore del signor Garfein, con tutte le tensioni che gli procura la sua azienda – progetta e installa piscine -, è incerto. Loro e gli altri padri non sopportano più il rumore. (La domenica, il signor Strunk giocherà a palla coi figli; ma questo rientra nei suoi programmi di educazione fisica; è una cosa carina, sana e pochissimo divertente). Ogni finesettimana c’è una festa. I giovanissimi vengono incoraggiati a uscire, ballare e amoreggiare, anche se non hanno finito i compiti; perché i grandi hanno disperatamente bisogno di rilassarsi, senza che nessuno li veda. E ora la signora Strunk in cucina prepara le insalate con la signora Garfein, e il signor Strunk sistema il barbecue nel patio, e il signor Garfein attraversando il terreno incolto con un vassoio di bottiglie e lo shaker annuncia trionfalmente, con tono da marine: <<Arrivano i martiiini!>>. Due, tre ore più tardi, dopo i cocktail e le sghignazzate, le storielle zozzissime, i pizzicotti più o meno furtivi sui sederi delle mogli altrui, le bistecche e la torta; mentre le ragazze – come la signora Strunk e le altre continueranno a definirsi anche a novant’anni – lavano i piatti, sentirete il signor Strunk e gli altri mariti ridere e parlare sulla veranda, il bicchiere in mano e la lingua impastata. Per il momento hanno dimenticato i problemi di lavoro. Sono seri e soddisfatti. Anche l’ultimo tra loro è comproprietario dell’utopia americana, il regno della buona vita in terra – grossolanamente scimmiottato dai russi, odiato dai cinesi, che pure sarebbero dispostissimi a crepare di fame per generazioni nella disperata speranza di assaporarlo anche loro. Oh certo, come no, il signor Strunk e il signore Garfein sono orgogliosi del loro regno. Ma perché allora le loro voci sembrano quelle di ragazzi che si chiamano a vicenda mentre esplorano una caverna buia e sconosciuta, perché risuonano sempre più forti, sempre più aggressive? Sanno di avere paura? No. Ma ne hanno molta. Di cosa? Hanno paura di ciò che sentono aggirarsi nell’oscurità intorno a loro, di ciò che da un momento all’altro può emergere nella luce inequivocabile delle loro lampade, e che non si potrà più ignorare né cancellare con una spiegazione. Hanno paura del nemico che non entra nelle loro statistiche, della gorgone che rifiuta la chirurgia plastica, del vampiro che beve sangue con schiocchi rumorosi, incivili, della bestia nauseabonda che non usa i loro deodoranti, dell’innominabile che malgrado tentino di zittirlo insiste a dire il suo nome. Con tutti i mostri che ci sono, pensa George, hanno paura del più piccolo: di me.”

Cristopher Isherwood, Un uomo solo

I tramonti mi fanno girare i coglioni


 

Non occorrono spiegazioni. Vedere per sospirare.

“Una vita è troppo poco. Una vita sola non mi basta. Se poi conti bene non sono neanche tanti giorni. C’ho troppe cose da fare, troppe idee. Sai che ogni volta che vedo un tramonto mi girano i coglioni?  Perché penso che è passato un altro giorno … E poi mi commuovo. Perché penso che sono solo. Un puntino nell’universo. I tramonti mi piacerebbe vederli con mia madre. O una donna che amo, magari. E invece le notti mi piacerebbe passarle da solo. Da solo, insomma … magari con una bella troia … che è meglio che da solo. Ce n’hai ancora di quella roba che ha lasciato il turco? Nonzo, si chiamava. Grazie. Se le cose andassero sempre così, che ti portano via le armi e ti lasciano questa roba qua … si vivrebbe meglio, no?”

Mediterraneo, Gabriele Salvatores