La gioia piccola d’esser quasi salvi


Ho fatto un colloquio per un lavoro che non fa per me, in un settore che detesto e in un città che non amo. Perché, direte voi? Perché a volte s’imbocca un percorso che non è sbagliato e non è nemmeno giusto – si pensa che sì, questo lavoro lo si può fare per un po’, s’impara e si guadagna, poi si vedrà. Dopo un anno e mezzo di vendite e corporate culture a Londra, sono partita per l’Italia con la convinzione di voler cambiare, di voler tornare a fare quello che amo e che mi realizza davvero – scrivere, insegnare, occuparmi di esseri umani. Però cosa fai quando la tua ex azienda londinese ti procura un colloquio con il suo distaccamento milanese e, quindi, la possibilità concreta di avere un lavoro (e uno stipendio) a pochi giorni dal rientro? La risposta é: dici di sì e vai a fare il colloquio. Per molte ragioni. Lo fai a fare perché hai ventisei anni e non vuoi, dopo quasi tre anni di autonomia totale, tornare a pesare sulla tua famiglia. Lo fai perché non stai tornando nell’efficiente regno di Angela Merkel ma nella nostra Italia scalcinata e ladrona, e non si sputa mai e poi mai su un possibile impiego. Lo fai perché in fondo non c’è nulla di male nel volere semplicemente un lavoro per quello che è – soldi per pagarsi in affitto, mangiare, vivere.

Così un giorno metto in pausa le mie aspirazioni, m’infilo una giacca seriosa, prendo un treno per Milano e, per le undici di un mattino d’ottobre tiepido e appena ventoso, arrivo in un ufficio appena dietro piazza Duomo. Ci arrivo con le migliori intenzioni, pronta a fare qualcosa che ho imparato molto bene: fingere grande entusiasmo e grandi piani di carriera. Mi accoglie un ambiente giovane, dove decine di teste si alzano e si abbassano tra computer e telefoni; il classico open space moderno, dove i colleghi devono condividere tutto, dalle proprie voci ai propri rumori, sguardi, sbadigli. Parlo con quattro persone diverse. Mi fanno tutti le stesse domande. Dove ho lavorato e cosa facevo. Perché vorrei quel posto. Perché sono tornata in Italia. Cosa mi motiva. Rispondo con serietà e dedizione; cerco di sottolineare le mie competenze, la qualità di quello che ho fatto in precedenza – si trattava di ruoli simili, dopotutto. Non dico che, in realtà, detesto le vendite e se potessi scegliere farei la scrittrice a tempo pieno, o la mediatrice culturale. Non sono tenuta a farlo e questo, in ogni caso, non condizionerebbe la qualità delle mie prestazioni professionali. Eppure i colloqui, man mano che procedono, vanno sempre peggio: questa gente non vuole sapere di me, vuole sapere che numeri ho portato alla mia precedente azienda. Non fa niente se non conoscono nulla di come lavoravo e che cosa quei numeri effettivamente significano: vogliono cifre, cifre, le annotano ai bordi del mio curriculum. Mi continuano a ripetere che vogliono gente aggressiva, motivata, affamata, gente disposta a sudare su quei telefoni otto o nove al giorno. Vogliono gente appassionata. Io vorrei chiedere loro: appassionata a cosa, alle vendite? Chi realmente può trovare appagante vendere? Al massimo si trova appagante la competizione interna, l’essere sotto pressione, i bonus in denaro – segni evidenti di qualche disagio, forse, ma ognuno di noi ha bisogno di una ragione per alzarsi da letto. Quindi annuisco e sorrido. Sono pronta a sopportare la pressione? Certo, rispondo. Eppure qualcosa, nei miei occhi, comincia probabilmente a spegnersi. Forse accade quando la terza vamp-manager con cui parlo, scorrendo il mio curriculum, si accorge che ho pubblicato due romanzi, alza i suoi occhi da pesce e mi chiede:

“Te li ha pubblicati un tuo amico?”.

“No, una casa editrice di Roma”.

“Ah. E conoscevi qualcuno lì dentro, vero?”.

“No, me li hanno pubblicati perché gli sono piaciuti”.

“Ah. E perché non vuoi fare la scrittrice e vuoi lavorare in questo settore?”.

Vorrei risponderle che, ahimè, di scrittura quasi mai si vive e che non tutti possono essere mantenuti a vita, ma scelgo la via diplomatica e dico che scrivere necessita di stimoli e io sono una persona eterogenea, dalle varie capacità e che ama mettersi alla prova. La conclusione della donna è che fare la scrittrice è quindi noioso. Infine, dopo un role play di vendita, terminiamo la conversazione ed è il turno di parlare con il direttore generale, una spagnola altissima chiusa in un minuscolo ufficio. Mi fa domande su numeri e motivazione, legge il mio curriculum nell’ordine sbagliato e infine sospira: ha dei dubbi, la gente che di solito si presenta a questi colloqui a quanto pare muore dalla voglia di vendere, vendere, vendere e moltiplicare cifre. Io invece, nell’ordine, sono troppo creativa, pacata e con un’esperienza professionale troppo qualificata. La manager quindi mi fissa negli occhi e mi chiede: ma tu vuoi davvero questo lavoro o vuoi solamente un lavoro? In quell’istante, in me, un ultimo, fievole istinto di sopravvivenza ha la meglio: non me ne accorgo, ma non riesco più a mentire. Provo a dire che sì, voglio davvero lavorare lì, ma non ce la faccio. Annaspo per una via di mezzo che non mi fotta ogni possibilità, ma ho la gola secca e non trovo niente da dire. Ci fissiamo, entrambe consce della piega che ha preso il mio colloquio. Io di vendere non ho nessuna voglia e lei lo ha capito. Io non sono affamata, aggressiva, motivata, io voglio solo un impiego e uno stipendio. Le dico quindi che è vero, ci dovrei pensare, e che le farò sapere.

Esco da quell’ufficio frastornata. Milano è ancora tiepida, ragazzi di Amnesty International cercano di fermare i passanti per una raccolta firme ma tutti li scansano. Respiro e scoppio a piangere. Piango perché ho ventisei anni e ho buttato nel cesso un’opportunità lavorativa. Piango perché mi sento un’irresponsabile, ho deciso di tornare in Italia e mi permetto pure di essere picky. Piango per le stronzate che mi hanno detto e le domande inopportune. Più tardi, qualcuno mi dirà di sorridere, perché invece sono salva: non è più tempo di svendersi, non importa se il Paese è duro e la strada in salita. Almeno tentare per il meglio, si deve. Più tardi, qualcuno mi dirà che forse era arrivato il momento di smettere di infilarsi in lavori alienanti e fingere di essere ciò che non sono. In tutto questo, però, mi pongo delle domande. Perché non posso avere un lavoro solo perché è un lavoro? Perché il mio lavoro dovrebbe essere non solo ciò che faccio, ma anche ciò che sono? Perché devo essere per forza aggressiva e affamata? Perché la pacatezza e la creatività dovrebbero essere d’ostacolo a una brillante carriera? Perché tu, top manager, nel 2013, in quest’Italia che scaccia i suoi giovani a suon di portoni sbattuti in faccia, mi domandi se forse è che voglio solo un lavoro, pur sapendo che sono una di quei giovani che invece in Italia ha appena deciso di tornare e che sì, ho bisogno semplicemente di un maledetto lavoro? Spesso guardo mio padre e lo invidio: lavora da trent’anni nello stesso posto, forse è un impiego che non ha mai amato davvero, ma nessuno ha mai preteso la sua testa e il suo cuore. Un tempo si chiedeva alla gente serietà e dedizione. Se le persone lavoravano soltanto per portarsi a casa uno stipendio a fine mese non c’era nulla di sbagliato. Adesso invece noi dobbiamo per forza amare ciò che ci dà da vivere. Dobbiamo esservi devoti, esso dev’essere la nostra priorità. E se appena traspare una mancanza di totale identificazione col nostro impiego, siamo fuori, siamo un problema. Per certe figure professionali, come i medici o gli insegnanti, è un meccanismo che posso anche condividere. Ma vendere corsi di lingua al telefono? Convincere la gente a sborsare duemila euro per due settimane a Dublino? Non penso sia lo stesso. Eppure questo pretendono: il nostro spirito e la nostra fame, e che non ci sia altro di così appagante nelle nostre vite. Mi dispiace per loro, e mi dispiace per noi. Mi chiedo quando sia accaduto, quando lo hanno permesso, quando hanno stabilito che dobbiamo essere i lavori che facciamo. È anche stupido: sembra assurdo, ma anche se odio vendere sono molto brava a farlo. E forse perché non sono aggressiva, perché, nella mia pacatezza, ascolto. E forse perché sono creativa. Ma loro non l’hanno voluto vedere: l’azienda ha perso un’ottima potenziale venditrice, io ho scampato una scelta sbagliata e alienante.

Quando ho ripreso il treno per tornare a casa, ero spaventata: l’inebriante gamma di possibilità di una persona libera è anche il suo peggiore incubo, e quest’Italia non è generosa. Però i campi scorrevano lungo la ferrovia, l’aria era dolciastra e io avevo tra le mani un buon libro. Come scrisse Amelia Rosselli: era la gioia piccola d’esser quasi salvi.

Libertà dal lavoro

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Rehab all’Italiana


vecchi-panteschi

Elogio della vita di provincia: scrivo da un tavolo su cui ho giocato, disegnato e studiato per circa ventitrè anni, ed è una pigra giornata di fine Agosto, fa ancora caldo e le zanzare non danno tregua. Londra non mi è mai sembrata così lontana e francamente così poco allettante. Credo che si chiami sindrome da metropoli, oppure è solo una questione di anni che passano e bisogni che cambiano. Dodici milioni di abitanti contro cinquantamila anime: negozi aperti dodici ore al giorno, fiumi di persone sempre di corsa e traffico esasperante contro le piccole librerie che fanno ancora la pausa pranzo, esseri umani che camminano guardandosi intorno e strade a volte deserte. Il confronto è quasi stordente. Mi piace quest’aria ferma, questi ritmi sonnolenti: mi piace guardare i vecchi appollaiati agli angoli delle strade con le loro sedie di plastica, impegnati nel loro sport preferito – l’Osservazione del Passante. Mi piace il barista che non si precipita a servirti se sta facendo qualcos’altro e la fila al supermercato perchè c’è una sola cassa aperta. Mi piace il sole di pianura sulle biciclette, i gelati serali, la piazza vuota delle due del pomeriggio e le trattorie nascoste dietro i cascinali, dove si serve selvaggina e lentezza. A volte mi chiedo quale sia la vera felicità: non fermarsi mai, come se non ci fosse un domani, oppure lasciare che l’oggi non sia troppo affollato o rumoroso. L’Italia è proprio bella, gente: c’è molto da cancellare e da cambiare, ma la vita, qui, ha sapore – e non quello delle verdure di plastica dei supermercati inglesi.

Vorrei che anche coloro che non hanno mai dovuto lasciare l’Italia imparassero ad averne nostalgia: forse ne avrebbero più cura.

Quando arrivarono i filippini


Ci sono tante storie coagulate nel cuore di questa città. Molte le incontro di mattina, per strada, quando io e la mia faccia da lavoro ci offriamo al sole sbiadito di Londra e arranchiamo fino all’ufficio – per la verità, ultimamente, sfrecciamo in bicicletta. Sono le storie di chi abbandona il suo letto alle tre, alle quattro, alle cinque, e affronta la giungla urbana per portarsi a casa la giornata: i più fortunati e aglossassoni la chiudono al pub, a giri di cinque pinte e una vomitata sul marciapiede. Quelli meno priviligiati si spaccano la schiena fino a uccidersi e hanno occhi arrossati, bambini a casa, appartamenti minuscoli e viaggiano solo in autobus: di solito cucinano curry, o sono neri, o inglesi della specie chubby – sussidio di Stato, obesità come tratto distintivo e più figli di quanto la loro età permetterebbe. Quando mi sono trasferita qui, credevo che Londra fosse il polmone dell’integrazione: in senso letterale lo è – persone di differenti Paesi e lingue che convivono in uno stesso tessuto urbano senza ammazzarsi -, ma la società ha determinato categorie e ruoli a seconda di quelle stesse differenze culturali. Indiani e pakistani gesticono off licences e hanno colonizzato l’East Side, gli asiatici lavorano in ristoranti e negozi asiatici, ebrei e iraniani si contendono Golders Green e zone limitrofe, gli afroamericani hanno Notting Hill, Brixton, Tottenahm e il sud-ovest e sono fattorini, addetti alle pulizie, buttafuori o spacciatori di droga; gli italiani sono ovunque ma stanno solo con italiani, gli inglesi lavorano in banche, uffici e pub e i polacchi nelle caffetterie o come muratori. Probabilmene davo alla parola integrazione un significato troppo radicale: convivere sì, ma solo nelle proprie caselle, perchè la mappa di Londra è un gioco dell’oca scientificamente organizzato. Anche la compagnia dove lavoro ama le caselle, e sempre in un’ottica di business: per fare numeri ci vogliono numeri, non nomi, non facce, non storie, ma spazi organizzati e, soprattutto, a basso costo. Non mi sono mai trovata a mio agio con conti ed economie, tuttavia l’approccio da pescecane mi è sembrato sempre poco lungimirante: è vero che ridurre le persone a numeri facilia l’aumentare degli zeri, ma questo solo nella contigenza presente – e dopo? e il futuro? la cura e lo sviluppo individuale e professionale del lavoratore non è forse la base di un’azienda sana e, soprattutto, duratura? Bè, i capoccia della mia compagnia sembrano non pensarla così: l’ultima lampante trovata mi è stata comunicata la settimana scorsa, e ho dovuto sorridere e annuire quando invece avrei voluto sputare sulla lavagna luminosa. Il reparto di vendita telefonica, che già qui a Londra è la gavetta degli ultimi arrivati, pagati a ore, pagati poco e obiettivamente sottoposti a un lavoro alienante, è stato arricchito di una nuova unità: un call center filippino, nelle Filippine. Ragazzi e ragazze con diplomi e lauree, tra i diciannove e i ventisei anni, ottimo inglese, pratici di computer, molto motivati e disposti a sgobbare duramente, senza orari e grandi pretese, totale flessibilità: riesco ancora a rivedere gli occhietti del capoccia, sfavillanti di soddisfazione. Le ragioni di una scelta simile sono palesi: prestazioni di qualità a bassissimo costo, totale flessibilità e motivazioni – perchè retribuire di minimo sindacale giovani europei laureati con pretese e ambizioni quando si possono sottopagare ragazzi del sud-est asiatico? Sono egualmente preparati ma molto più affamati di lavoro: non si lamentano, non chiedono, voglio dimostrare di valere. Il perfetto affare. E così la compagnia, almeno nel contesto presente, prospera e gioisce, ed è pure convinta di fare del bene a chi è meno fortunato. Si potrebbe dire che anche questo è un esempio d’integrazione: siamo un’azienda così internazionale da coinvolgere anche un gruppo di fillipini stakanovisti e sottopagati. Evviva. La mappa del gioco dell’oca non è stata alterata: tutti nelle loro caselle, anche chi suda dal sud-est asiatico e chiama questo sfruttamento opportunità. Scelte di vocabolario nella tirannia di questo secolo: non avere scelta fa dell’unica scelta qualcosa da abbracciare e benedire, e l’oscenità di questo business resta nascosta nell’ombra, acquattata con occhi sanguigni. Ma prima o poi ci salterà alla gola, e allora non potremo più mentire, nemmeno a noi stessi.