Lettera da Londra

gennaio 31, 2012

La crisi è altrove, si sussurrava fino a qualche tempo fa tra le vetrate e le tazze di caffè della City of London: non è qui, non a due passi del LSE e da Goldman Sachs, qui la finanza batte lo stesso ritmo di sempre, con la stessa ferocia. Non si faticava a crederlo. Poche settimane fa, invece, sull’autorevole Harper’s Magazine d’oltreoceano, il giornalista inglese Ed Vulliamy ha definito la Gran Bretagna un Paese broken, spezzato.

È stata un’illuminazione improvvisa, o forse no: forse si è trattato solo di realizzare che la salute economica e sociale di un Paese non si rintraccia ai piani alti della finanza, ma nelle case delle famiglie, nelle scuole, nei sindacati.

Da emigrata, conosco cosa significhi scandagliare una nazione e scoprirla costituita di persone, salari minimi, contratti a tempo determinato, stage non pagati. Da emigrata, ho sempre pensato alla Gran Bretagna come a una terra progredita ed efficiente, dove certe decomposizioni sociali non si attuavano, perché c’era troppa Storia, di mezzo, e troppa esperienza, per potersi permettere un disastro simile. E invece, in un anno, ho visto e provato cose diverse: sapevo già che Londra non era la terra promessa, ma le concedevo il margine di essere una terra stupenda. Così non è, o forse non nell’accezione positiva di stupendo: le sorprese sono state, certo, molte.

È difficile dire quando e perché la società britannica ha cominciato a decomporsi. Ma alcune risposte si possono trovare nello smantellamento del settore industriale e nella perdita di coesione e del senso di comunità che quel mondo si portava dietro.”, scrive Ed Vulliamy. E specifica: “La scomparsa delle fabbriche e del loro tessuto sociale si è consumata tra gli anni ottanta e novanta, parallelamente alla privatizzazione senza scrupoli delle infrastrutture e dei servizi pubblici, che un tempo non erano considerati come semplici opportunità di speculazione. Le industrie tradizionali sono state sostituite dalle imprese di servizi e commercio, e in particolare da un settore: la finanza.”

Da cosa si avverte, dunque, il malessere di una società? Dal fatto che un politico, incaricato ad alti livelli istituzionali, affermi che “la società non esiste”1? Dagli indici di borsa, dalle valutazioni sui titoli di Stato, dai rating delle agenzie internazionali? No. L’odore della malattia sale da chi un Paese lo rende produttivo: da chi è ingranaggio del capitale che si muove, e partecipa, si inserisce, cerca di costruire un tessuto di vita. Quando l’ingranaggio lo ributta fuori, maciullato e con le ossa spezzate, è segno che qualcosa si è mortalmente inceppato.

Conosco i problemi dell’Italia, non conoscevo quelli della Gran Bretagna. Ne ammiravo l’integrazione multietnica, la burocrazia efficiente, il rispetto delle norme, le città ordinate, la meritocrazia e le opportunità di studio e professionali.; non sapevo dei baratri economici, della disgregazione sociale, dei bambini armati di pistola a undici anni, delle rette universitarie milionarie, dei costi delle case, dell’acqua, del riscaldamento. Non esiste un Paese perfetto, e sarebbe stupido crederlo.

Mi sono però rimasti negli occhi i fuochi dei riots dell’agosto 2011, e l’ostinato mantra dei politici inglesi, Cameron in testa: si tratta solo di criminali, ladri, rapinatori, non c’è nulla di più. La bugia è scemata sul finire di un’estate sonnolenta, e il pugno di ferro ha ristabilito l’ordine: la rabbia, con efficienza, è stata rispedita al mittente, in questo caso i giovani disoccupati o sottopagati di Hackney, Croydon e altri sobborghi meno noti. Ciò che non fa rumore, non nuoce. In fondo ora l’Inghilterra, per quanto broken, ha altro cui pensare: le Olimpiadi si avvicinano, Londra dovrà risplendere sotto i riflettori mondiali. Sarà quindi il caso, molto presto, di ripulire il sagrato della cattedrale di St Paul, ancora affollata dalla tende dei manifestanti di Occupy London Stock Exchange, che il sindaco Boris Johnson aveva prontamente definito deturpatori della città. Tutto dovrà avere il suo posto e la sua funzione.

Ed Vulliamy, nel suo articolo, esprime tutta l’amarezza di un cittadino che ha osservato il suo Paese cadere continuamente in mani sbagliate, da Margaret Thatcher ai laburisti: il declino economico e sociale della Gran Bretagna è stato prima di tutto un declino morale, affastellato di Murdoch e morbosa cronaca nera, di anziani che muoiono di freddo nelle loro abitazioni perché le liberalizzazioni selvagge degli anni Novanta hanno privatizzato tutto, inclusi i beni collettivi ed essenziali, e ora il consumatore è solo una macchina sforna-denaro. “Le privatizzazioni hanno fatto comodo ai protagonisti della svendita dell’argenteria di famiglia. Nel 1995 i dirigenti delle aziende di servizi pubblici guadagnavano molto più di quanto avrebbero guadagnato se le compagnie fossero rimaste in mano allo stato. Nel frattempo erano stati tagliati 150mila posti di lavoro. La sfacciataggine dei privati che gestiscono questi servizi continua a stupire. Di recente due grandi fornitori di energia, la Scottish Power e la British Gas, hanno aumentato le tariffe del 19 e del 18 per cento. Due settimane dopo la British Gas – la compagnia che ‘si prende cura del tuo mondo’ – ha annunciato profitti per quasi tre milioni di sterline al giorno. Molte di queste aziende sono state inglobate dalle imprese pubbliche di Francia e Germania, che sfruttano le loro attività in Gran Bretagna per abbassare le tariffe in patria. Ma a noi cittadini spiegano che tutto questo è per il bene dei consumatori”, prosegue Vulliamy.

La finanza e le banche sono diventate i regolatori del Paese, Londra è la metropoli dove per avere successo bisogna affannarsi e sbranare, “il londinese intraprendente va sempre di corsa, con una borsa di marca in una mano e nell’altra una tazza di caffè. Secondo questa campagna, il vero londinese è fiero del suo cinismo, sempre pronto a ridere dei britannici di provincia”. Londra non rappresenterà la Gran Bretagna tutta, ma certo si fa portatrice del suo spirito più vero: la competizione ad altissimi livelli, gli ultimi che non raggiungeranno mai i primi, perché dopotutto un’economia liberista a volte tralascia chi non sta al passo, le zavorre rallentano la crescita. Che ne è stato, quindi, di quella nazione civilizzatrice del mondo? Con la lucidità di oggi, occorrerebbe ridefinire il concetto di civilizzazione, e spiegare quando essa assume più i caratteri di una colonizzazione. È di certo bello ammirare il multiculturalismo di Londra, ma non posso dimenticare le ragioni per cui Indiani e Bangladesi parlano inglese.

Nell’articolo di Vulliamy c’è anche molto altro, e se lo si vuole leggere in italiano consiglio l’ottima traduzione pubblicata da Internazionale lo scorso 13 gennaio.

Di fatto, io vivo ancora qui. Come l’Italia non era l’inferno in terra, nemmeno la Gran Bretagna lo è, anzi. Esiste ancora una meritocrazia notevole, in ambito accademico e lavorativo, le tasse sono proporzionate e si pagano, le opportunità, a cercare bene, ci sono. E poi chiaro: un Paese è vivibile o meno anche a livello soggettivo, a seconda delle proprie priorità e delle proprie categorie di giudizio. Ci sono persone cui non fa nessun effetto vivere in un Stato ostaggio delle companies e dei marchi, dove il lussuoso villaggio olimpico, appena costruito, guarda in faccia i casermoni di periferia di Stratford, est di Londra, e mentre madri afroamericane trascinano a casa sacchetti della Tesco a piedi, costeggiando la statale che taglia a metà il quartiere, le concessionarie della Porsche e dell’Audi abbassano le saracinesche: un’altra giornata – si suppone fruttuosa – è finita.

Ci sono uomini e donne che, ogni giorno, spendono almeno sette sterline in caffè: più di quello che io guadagno in un’ora, tra scottature e tazze da lavare. Ci sono le ragazze con l’Iphone che vanno al lavoro in autobus alle cinque del mattino: la maggior parte di loro è donna delle pulizie o cassiera in discount aperti ventiquattr’ore su ventiquattro, significa quasi certamente paghe da minimo sindacale, eppure un mese a sgobbare vale un’Iphone. Gli inglesi sono stati bravi a indicare un posto per ogni persona e un prezzo per ogni vita. Da qui, certo, un giorno me ne andrò, portando via solo il meglio. L’Italia è un Paese in pezzi, ostaggio di una casta che ha rovinato tre generazioni, ma i modelli che abbiamo avuto davanti per così tanto tempo cominciano a mostrare i primi centimetri della loro faccia più marcia e indigesta.

Occorre quindi cercare rifugio in una terza terra? Io non vorrei. Io vorrei tornare alla prima.

Nota: ho appena visto un nauseante servizio del Tg1 su il nuovo cast di Sanremo. Morandi e Rocco Papaleo che giocano a fare gli anziani bavosi, stile nostro ex-premier, e l’oggetto della loro galanteria da papponi 2012 è la valletta di turno, una ragazza russa che dimostra di sapere dire sì e no tra parole in italiano, rigorosamente inquadrata dal cameraman a livello inguinale.

Ecco, queste sono le tragedie dell’Italia. Mi verrebbe voglia di tornare anche solo per urlaglielo in faccia.

1Dichiarazione dell’ex premier briannica Margaret Thatcher: “La società non esiste: ci sono uomini e donne, e famiglie.”(dall’intervista del 23 settembre 1987; citato in Douglas Keay, Woman’s Own, 31 ottobre 1987, pag. 8–10)

Tornare

gennaio 12, 2012

Stare con due piedi in due nazioni, due mezzi cuori che si sforzano di mantenere in orbita persone e oggetti, luoghi e odori. Tornare è mettere in pausa la vita nuova, ritrovare tutto com’è sempre stato. Le evoluzioni capitano agli esseri umani che chiamo amici e famiglia, il resto ama perpetuarsi fedele a se stesso.

Mi mancano, di mattina, le campane sopra il mercato.

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Dolcenera che avanza

novembre 5, 2011

Il fiume si riprende Genova.

Vedo le immagini dalla mia stanzetta londinese, un rettangolo caotico di libri, vestiti e moquette. È il cinque novembre, il giorno del complotto delle polveri. Stasera, qui a Londra, spareranno fuochi d’artificio a memoria di quel Parlamento che per poco non fu fatto saltare in aria. È il cinque novembre, e vedo Genova che macera le sue strade in una lingua di fango. Automobili, cassonetti della spazzatura, portoni, lampioni, aiuole, un urlo senza alfabeto che sale da città, Esiste ancora il mare?, Come la chiamava De Andrè, Dolcenera?, Siamo ancora, davvero, in Italia?.

La mia stanza è affollata: gli spazi sono un problema, ci sono fotografie appese alle pareti e una nostalgia fedifraga e malata si arrampica sui vetri delle finestre. Da qui si scorge una strada che pare un provinciale; odore di patatine fritte e kebab, case popolari basse e squadrate, un parco che comincia con un prato per gli spacciatori. È sempre Londra. Guardo Genova e penso che è sempre, nonostante tutto, Italia. Con quei sei morti, con l’acqua che soffoca e il cielo che si ribalta e si strizza come un sudario fradicio.

Piove sul Paese che ho lasciato. Quello in cui vorrei tornare. In altri tempi avremmo detto Non ci resta che piangere, oggi è diverso: in quest’ora dolente diciamo ad alcuni che non hanno alcun diritto di piangere, perché sì, forse la terra si sgretola per natura e talvolta il pianeta è violento e distruttivo, ma qui, loro, hanno scatenato una furia predatoria. La solita. Il profitto che divora il paesaggio, che consente di edificare sui letti dei fiumi, che cementifica e degrada e ignora le regole basilari del vivere in sintonia con una natura che reclama spazi. In meno di tre settimane la distruzione ha livellato dove si era osato troppo: e adesso si allineano i morti e si grida alle colpe. E le colpe ci sono, ci sono sempre state. Il cinque novembre del milleseicentocinque, Guy Fawkes, cattolico e assolutista, fu arrestato insieme ad altri cospiratori, prima che si attuasse il loro piano: assassinare re Giacomo I, scozzese, e tutti i membri del Parlamento, facendo esplodere la Camera dei Lord. Scopo: eliminare gran parte dell’aristocrazia protestante e favorire una nuova politica cattolica. Il complotto fallì. Tuttavia, in modo sottile e suggestivo, l’immagine di un Parlamento messo a ferro e fuoco si è caricata di un forte significato metaforico: al di là delle motivazioni di Guy Fawkes, la Camera dei Lord che brucia è diventata il simbolo del falò delle vecchie classi dirigenti – quelle inutili e colpevoli -, la fiamma della rivoluzione che inizia, la tabula rasa da cui, forse, si potrà solo risalire.

Qualcuno ha detto che un Paese civile si misura anche con la cura e l’attenzione che ha verso il territorio. Probabilmente, oggi, a Genova, sono tutti d’accordo. Non è facile, però, da qui, osservare questo sgretolarsi: sono i pezzi di un Paese che cade, frantumi di cultura e politica e tessuto sociale che adesso soffocano anche nel fango. Da Londra conto i detriti e la frane che hanno sfigurato la Liguria, poi mi guardo attorno e so che sono lontana, e non mi sento affatto meglio.

Occupy London 15/10

ottobre 16, 2011

Raccontare e basta, o raccontare e riflettere. A caldo si vorrebbe solo andare a caccia di parole esatte: rivivere il freddo di queste due giornate d’ottobre, l’aria che sa di riscaldamenti accesi e l’imponente sguardo della cattedrale di St Paul sopra tutto, faro di religiosità (e moralità?) nel cuore della finanza e della ferocia londinesi, la City. A freddo – e freddo fa, appunto – resta un turbamento nuovo, che fatica a districarsi tra le mille considerazioni e le attese di quello che forse ancora verrà: la commozione nel vedere quattromila persona accerchiare la cattedrale e così il London Stock Exchange, la borsa inglese, tra loro ragazzi, ma anche madri e padri con bimbi nei passeggini, e donne brizzolate con i loro attempati compagni, le grida scritte dei cartelli, I’m not antisystem, the system is antime, o bankers are the real looters; la polizia che fa cordata ma non spinge, perché qui in UK l’ordine non viene mantenuto necessariamente a manganellate; i poliziotti, sempre, che a sera inoltrata sono ancora in piedi, a chiudere l’accesso verso l’accampamento dei manifestanti, e scherzano e sorridono. La disarmante frase di uno di loro, guance piene e aria stanca: I’m not here because I disagree. Il London Stock Exchange, obiettivo della manifestazione, resterà per tutto il giorno inaccessibile: sia la facciata che da su Newgate Street che il lato principale, su Paternoster Square, sono protette da linee di polizia permanenti. Ma gli indignati inglesi, già nel tardo pomeriggio, saranno riusciti nel loro intento: occupare le gradinate della cattedrale, e bloccare per ore Ludgate Hill, la grande via che costeggia il Tamigi e scende verso il centro: con le camionette della polizia di traverso, nessuno passerà, inclusi gli autobus e gli intoccabili turisti. Di questo sabato di passione si raccolgono immagini, e quasi zero didascalie: i figli dei manifestanti sventolano bandierine e sorridono della loro tragedia futura, ma hanno solo sei anni e oggi c’è troppo sole, per capire davvero; il camioncino Volkswagen bianco e verde che spunta intorno alle tre, dal quale, incerta sui propri passi, scende una sposa in bianco. Ha l’aria smarrita e sarà prontamente soccorsa da un pastore di St Paul: si deve sposare proprio oggi, proprio in questa cattedrale, e ci sono circa tremila persona di troppo. Poi la notte arriva in fretta, la cupola è una luna iridescente: ci si accampa, la Metropolitan Police azzarda qualche tentativo di sgombero, compaiono, per una ventina di minuti, cani nervosissimi e la tensione cresce e decresce. Allafine gli idignati riusciranno a piantare le tende e ad assicurarsi la piazza. Il vento schiaffeggia le tele di nylon e i capelli, ma si resta. La City, dove sorti di tre quarti di mondo vengono decise a tavolino, si trova circondata dal popolo indignato; sopra, la cattedrale che illumina e atterrisce: nei secoli si è vista costruire intorno banche e assicurazioni, i templi dello sbranarsi reciproco, dello status quo intoccabile, del prezzo alle vite degli individui. Stasera, forse, anche per lei, c’è un po’ di giustizia.

Happy Italy in libreria

settembre 27, 2011

 

Ormai è questione di una manciata di giorni.

Aspettare

settembre 15, 2011

Un’attesa: i sei minuti inaspettati nel tunnel della metropolitana. La panca è sgombra e un topo si lancia da un’estremità all’altra della piattaforma. Mutismo di rotaie, annunci ed esseri umani. La cupola di St Paul era uno sperone abbagliante nella notte, ma ora Londra è questa serpentina di viscere. Aspettare un treno che, insolitamente, ci metterà sei minuti ad arrivare. Compare un corpo pelato, che sbuffa alla lettura del ritardo. Ripassa il topo, adesso con più con calma. Non sto facendo niente. Per un volta, non sto facendo assolutamente niente. Non sto scendendo scale mobili, saltando da un autobus all’altro o fendendo la folla. È inusuale. Tutto, a Londra, è sempre puntuale e incastrato con precisione. Tabelle e programmi. Controllo su tutta la materia che si muove, sui minuti e sulle coincidenze, sulle scarpe in fila lungo le piattaforme e gli orologi digitali delle stazioni. A Londra non si aspetta mai nulla. Tutto arriva quando ci si aspetta che debba arrivare. Ma stanotte l’ingranaggio si è inceppato di sei minuti e il percorso pianificato del londinese medio deve sottostare al tunnel nudo, al conto alla rovescia, al tacco che batte la sua impazienza contro la linea gialla. E lo vedo: il pelato è un morto che cammina, pure stanotte che potrebbe respirare l’aria elettrica della fermata di St Paul e soffermarsi sulla differenza tra cielo e soffitto, pure in questi sei minuti in cui potrebbe sedersi e notare il topo correre e me guardarlo. Ma resta un cadavere capace di stare in piedi, materia pallida nel movimento a incastri. Mi vedi? Sono quella immobile, che con una tristezza feroce ti pensa, e pensa a come scrivere di te e del tuo sollievo morboso davanti ai vaghi fari gialli del treno. No, non mi vedi. E così il prezzo dell’efficienza diventa l’assenza di tempi morti: essenziali, per ricordarsi di essere vivi.